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Mihail Dinisiuc, ovvero delle trasparenze

“Ogni arcano essendo uno specchio e non una verità in sé, si trasforma in ciò che in esso vedi”

Leonora Carrington

Uscito da poco dai Corpi Celesti (2019 – 2021), Mihail Dinisiuc sta spalancando una nuova pagina della sua già ricca e complessa ricerca artistica. Attraverso i Corpi Celesti aveva preso atto della “morte di dio”;

un corpo intatto rimanda all’ armonia cosmica; un corpo colto come spezzato e disarticolato indica un’immagine frammentaria e contingente dell’essere. Tutto ciò però non abolisce l’invisibile; lo priva solo della sua connotazione teologica. Eccoci dinanzi a Mirage, Danza 1 e 2, Peer to Peer, Suspended. La “morte di dio” non impedisce all’invisibile di dialogare con la consistenza dei corpi. I corpi hanno sempre affascinato il pittore; scaturiscono dalla sua cultura figurativa che, sin dall’inizio, si è nutrita dell’Accademismo Ottocentesco. Quell’ accademismo, che, è stato sdoganato assieme al Simbolismo. Con le attuale trasparenze si apre un universo delicatamente inconsistente; un cosmo di velari segreti e apparizioni. Questi a volte prendono forma umana, a volte sono forme astratte; vanno avanti e in dietro senza decidersi a stabilirsi essendo emanazioni di un trasogno che rifiuta decisioni e imperativi. Incontrano i corpi, si adagino su di loro, li attraversano, parlano con loro. I corpi esibiscono continuamente lo splendore della giovinezza; questo perché, di fondo, Dinisiuc è un romantico intossicato di classicità, un poeta che sogna la Grecia e le sue intramontabili seduzioni. Si osservi attentamente Mirage; lo splendido “Meleagro”, in posa abbandonata, viene attraversato da una trasparenza che si affida alla poesia e al suo incanto. Che intenzione ha? Forse punta ad allargare la deliquescenza dell’eroe per condurlo lungo i pascoli di una perfetta estenuazione. Nella Danza 1 le trasparenze si intersecano con i lottatori riuscendo a negare alla battaglia la sua crudezza materiale. Probabilmente impediranno qualsiasi effusione di sangue. In Peer to Peer una folla di giovani e di efebi rimane sospesa grazie alla levitazione che le trasparenze mettono in atto per la loro natura di vetro soffiato. Nella Danza 2 un eroe (escrescenza di Dioniso) può esibire il proprio splendore accanto alla folla fantasmatica che lo accompagna e che non lo perde mai di vista. Andiamo più a fondo sul rapporto fra corpi ed evanescenze.

La grande domanda riguarda la sottile ambiguità delle immagini dell’artista. Sono le trasparenze che inondano i corpi o sono i corpi che tendono a distillare da se stessi un’essenza che evapora? Difficile stabilirlo perché queste recenti ricerche del pittore moldavo si collocano all’interno di un labirinto visionario che ama unicamente la sconclusione. In ambedue le ipotesi, è certo che pittura e poesia si incrociano. Quale poesia? Evidentemente la lirica. Il pittore evoca Leopardi: “Dolce e chiara è la notte e senzavento, / e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna”. Dalla poesia passiamo alla prosa; una prosa che non può non essere di natura poetica. Ecco Gianna Manzini “La bruma li alleggerisce, quasi li svuota, li riduce disegno vago sul fondo cenere del celo e si ha un senso miracoloso di levitazione essendo fra quelli, vanescenti e delle nuvole quasi rapiti, il paese sospeso come un’amaca”. Ora se dalla poesia passiamo alla filosofia, andiamo incontro ad ulteriori e forse definitive scoperte.

Riteniamo che Jean Paul Sartre possa essere usato come un ottimo grimaldello per penetrare nelle trasparenze di Dinisiuc. Nonostante la bellezza e la consistenza dei corpi, l’artista è convinto che l’uomo non possa essere lascito nelle mani della fatticità dell’esistenza. Forse le trasparenze realizzano l’Essere, quell’Essere di cui l’uomo è assoluta mancanza. L’Essere, per il filosofo francese non appartiene a Dio, bensì all’arte; Il pittore è d’accordo. Tentando i corpi e intersecandosi con essi, le evanescenze, come abbiamo visto, privano trionfalmente l’esistenza della sua gravità. Ne viene fuori, paradossalmente, una pienezza che scaturisce dalla bellezza incontestabile dei lavori del pittore. Essi, in questo modo, sono capaci di eliminare quella sconcezza la quale, accanto al peso, segna la deiezione quotidiana. Penetrare nell’immaginario di Mihail Dinisiuc significa per tanto entrare in un altrove che ci salva anche se per poco, dato che nulla di ciò che è umano può riscattarci definitivamente. Non importa; a noi basta lasciarci avvolgere, hic et nunc, nelle spire dei suoi velari per aderire alla menzogna dell’arte. Quella menzogna che è assolutamente vera perché scaturisce, conclude il nostro, dal formidabile incontro fra l’inesistente e il meraviglioso.

Robertomaria Siena